Mario Mieli

Mario Mieli: chi era costei?

Mario Mieli fu il rampollo di una famiglia borghese ed ebrea che rispetto alla appariscente diversità del giovane scelse la via della repressione più dura e disperata. Nonostante la reclusione forzata all’interno di un istituto psichiatrico, Mieli rispose con un comportamento severo ed intransigente, abbracciò il marxismo ed esternò coraggiosamente i vessilli visibili del proprio disagio invisibile. Si vestì da donna, si chiamò travestito, fondò “Fuori” e si battè per i diritti di tutti.

Mario Mieli si esibì più volte gustando merda e bevendo il proprio piscio pubblicamente come a fornire un supporto umano e pensante ai prodotti più nascosti e più inumani dell’uomo; come a farsi forte di quella merda con cui una società bigotta, borghese e clericale aveva tentato di coprirlo.

Mario Mieli rintracciò il nocciolo della questione che gli omosessuali si trovavano ad affrontare in quegli anni non nello scioglimento dell’opposizione eterosessuale-omosessuale, ma nella denuncia della inconsistenza e del vizio ideologico dietro al principio di “mono-sessualità”. A questa prospettiva unilaterale, incapace di cogliere la natura ambivalente e dinamica della dimensione sessuale, oppose un principio di eros libero, molteplice e polimorfo. Nel corso di questa operazione Mieli denunciò con assoluta chiarezza quanto tragicamente ridicola fosse “la stragrande maggioranza delle persone, nelle loro divise mostruose da maschio o da “donna”[…] . Se il travestito appare ridicolo a chi lo incontra, tristemente ridicolissima è per il travestito la nudità di chi gli rida in faccia”. Queste osservazioni anticipano con impressionante lungimiranza la moda oggi già dismessa del movimento transgender e delle sue profetesse.

Mario Mieli fu il primo ideologo consapevole del movimento omosessuale/transgender italiano. Einaudi acconsentì alla pubblicazione di un trattato dal machiavellico titolo di “Elementi di Critica Omosessuale” già nel 1977. Si trattò a dire il vero del rimaneggiamento della tesi di Laurea in Filosofia Morale che Mieli aveva presentato alla commissione d’esame qualche tempo prima.

Mario Mieli visse in un’epoca in cui nessun politico avrebbe rincorso un omosessuale, nè per picchiarlo, nè tantomeno per elemosinarne i consensi.

Mario Mieli imparò dal marxismo e dal femminismo come sul modello della differenza sessuale si strutturino una serie interminabile di altre differenze. Queste differenze tendono ad incarnarsi storicamente in effettive disparità di potere. Il mantenimento dello status quo eterosessuale può essere in questo senso ragionevolmente interpretato come funzione di un preciso equilibrio politico.

Mario Mieli chiamava il proprio martirio personale un “gaio compito di reinterpretare tutto” allo scopo di arricchire e trasformare la concezione rivoluzionaria della storia.
Mario Mieli si uccise a 31 anni nella sua casa milanese (12 marzo del 1983) senza spiegare il proprio gesto. E’ d’altra parte probabile che un atto tanto estremo non fosse giustificabile se non alla luce di una complessa trama di motivazioni ideologiche e psicologiche. A fornire all’intenzione suicida una certa consistenza agli occhi dell’opinione pubblica furono la presunta premonizione dell’inadeguatezza della lotta politica di pochi e dell’interferenza degli interessi personali dei leader nel dispiegarsi dei conflitti sociali, la consapevolezza del declino di un’epoca e della relativa impalcatura concettuale, la constatazione dell’ineluttabile addomesticamento capitalistico della ribellione.

Il Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” nacque nel 1983, a pochi mesi dal suicidio di Mario Mieli, dalla fusione di preesistenti organizzazioni della città di Roma (il “Fuori” fondata appunto da Mieli, e il collettivo “Narciso”). Molti dei fondatori del Circolo erano anche amici di Mario o comunque estimatori della sua figura politica, da qui il nome.

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