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4 luglio 2008
Chiamata al 115

A chi giova una guerra all’interno del movimento lgbt? A nessuno. E se qualcuno può pensare di trarne dei vantaggi, sbaglia totalmente: da questo tipo di guerra non può emergere nessun vincitore. Probabilmente questa osservazione sintetizza al meglio l’opinione mia e del Mario Mieli sui “fatti bolognesi” e sulla sequenza di comunicati provenienti dalle varie parti in causa o che sentono di esserlo. In tal senso queste note si intitolano con un richiamo ai pompieri. Mi verrebbe da fare un appello alle donne e agli uomini di buona volontà, ma io non sono Napolitano, e quindi non ho, come nessuno del resto, un ruolo super partes. Ma la buona volontà e la capacità di spegnere l’incendio esploso se la può caricare chiunque. Il Mieli quindi prova a smussare, cercando di analizzare il più possibile solo i fatti oggettivi e invitando chiunque a contribuire con questo spirito.

Il Pride di Bologna è stato un avvenimento positivo per chi vi ha partecipato, a prescindere dal ruolo o dai compiti e “i fatti del palco” non possono e non devono inficiare questo risultato; dunque l’idea di festa guastata è giustamente via via soggettiva e legata agli episodi del palco, ma non è collettiva rispetto alla massa dei partecipanti. Se si scatenano altri fulmini e tempeste, nonché mesi di strascichi, l’idea del disastro rischia di nascere e di espandersi senza limiti. Giova a qualcuno? Assolutamente no. Ovviamente sul Pride di Bologna ci possono essere analisi politiche e organizzative, possibili dubbi e complimenti, e secondo me c’è un po’di tutto ciò e sarebbe anche giusto che emergessero, ma tutto va rinviato ad altra data, perché ora non c’è in generale la calma e la costruttività necessarie. I fatti del palco sono oggettivamente diversi, non hanno la stessa portata e non sono sommabili, questa è la naturale valutazione di chi, come me, li analizza a freddo anche perché non li ha vissuti, ma gli sono stati descritti da varie voci, palesemente non in sintonia.

La faccenda dello striscione della Breccia non concordato è un fatto. L’arresto di Graziella Bertozzo è un altro fatto. La confusione conseguente è chiaramente un terzo e prevedibile fatto. Unirli in una consequenzialità stringente, compatta e programmata è un errore causato dagli animi infuocati, dalla rabbia e dal dolore. La cosa è comprensibile, ma fuorviante e quindi portatrice di altro fuoco, rabbia e dolore. Giova a qualcuno? Risposta ossessiva e banale: no.

La faccenda dello striscione ascrive alle dispute politiche, al dissenso, alla difficoltà di comunicazione, alle opinioni e alle modalità differenti, cioè a una infinità di cose sui cui si possono avere idee e comportamenti diversi. Del resto in passato ci sono state situazioni dove si è riusciti a trovare armonia (penso al Pride Nazionale di Roma dell’anno scorso, dove la maggiore collaborazione che ho ricevuto per trovare soluzioni condivise è arrivata da Mancuso e proprio dalla Bertozzo), ed episodi più o meno “dissonanti”. Non entro nel merito dello striscione, della gestione del palco, della correttezza e quant’altro, non tanto perché non voglio, insieme a tutto il Mieli, prendere posizioni, ma perché le opinioni e le sfumature non verrebbero comprese in questo momento, o magari qualcuno potrebbe avere la tentazione di trascinare il Mieli dalla propria parte in schieramenti contrapposti. Inoltre resta un episodio di minore portata, anche pubblica, rispetto all’arresto di una militante e alle accuse sfrenate che si leggono in giro, e non ci sarebbe questa furia e questa amarezza se fosse avvenuto solo quello. Ci sarebbero certo polemiche, discussioni e chiarimenti, cioè idee placide o infuocate, ma non coltelli. Una cosa è certa, e non posso pensare che ci sia qualcuno che non condivida: la faccenda striscione può essere valutata positiva o negativa, grave o di poco conto, o comunque si vuole, ma non può essere posto come causa dell’arresto di Graziella Bertozzo, né nel senso di causa-effetto, né nel senso di modo di gestire dissensi politici. Sarebbe stato semplicemente demenziale chiedere un intervento della polizia per risolvere una discussione, anche animata o sopra le righe, su chi può salire su un palco o meno, e non posso immaginare che le giovani volontarie del Comitato Bologna Pride abbiano mai pensato una cosa del genere. In tal caso sarebbero state delle imbecilli da censurare senza alcun dubbio. Penso invece solo ad inesperienza nel gestire una situazione un po’ critica, come del resto ne avvengono tante durante le manifestazioni di ogni tipo.

Il fatto grave è invece l’arresto di Graziella Bertozzo a cui tutto il Mieli intero manda un pensiero di vicinanza e di affetto, soprattutto umano, anche perché con i dolori fisici e morali degli individui bisogna farci i conti. Parimenti auguriamo a Graziella che la sua vicenda giudiziaria, persino un po’ surreale, si risolva positivamente, e pensiamo che il ridimensionamento delle polemiche in corso potrebbero forse aiutarla in questo percorso. Tornando al fatto nudo e crudo la sensazione è che ci sia stato, nelle intenzioni di chi ha chiamato la polizia, un errore dettato dall’ ignoranza assoluta di come si gestiscono certi frangenti, e si può anche facilmente immaginare che le volontarie che si sono rivolte alla polizia non si sentono tanto bene nemmeno loro, cariche del peso di sentirsi un casus belli. A questo punto però la cosa andrebbe risolta e bisognerebbe evitare di esacerbare gli animi, sia per le sorti del movimento, sia perché soprattutto c’è una persona in ballo e in seria difficoltà. Va però aggiunto che è sbagliato totalmente il comportamento in sé, secondo cui ci si rivolge alla polizia, con tutta l’imprevedibilità che la cosa comporta, in una situazione del genere, cioè per discussioni che vanno risolte all’interno. Insomma non si può chiamare la polizia in borghese per allontanare una persona che vuole salire su un palco di un Pride, anche se è insistente, non autorizzata e se nella discussione si trascende un po’. La polizia serve per l’ordine pubblico e per i gravi rischi. La dialettica, la mediazione, anche l’incazzatura servono nei movimenti politici.

Invito tutti a parlarsi e a ricucire, possibilmente lavorando anche un po’ in sordina, per riportare questa storiaccia nell’ambito di un infelice e malaugurato incidente, quale è, da non ripetere mai più.


Rossana Praitano e il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli