Due uomini muoiono insieme in un tragico incidente, dopo una vita condivisa. Mario e Gianni si erano amati per quasi trent’anni, si erano sposati, avevano costruito un legame legale, alla luce del sole. Ma al momento dell’addio, quell’amore è stato cancellato, riscritto, reso più digeribile. Nell’omelia il parroco ha parlato di “amicizia profonda”, di “legame importante”. Mai il coraggio di nominare il loro amore.
Non è una svista, ma la volontà di addolcire le vite LGBTQIA+ fino a renderle irriconoscibili. Chi ha parlato dall’altare ha dichiarato di non voler “trasformare il funerale in una celebrazione gay”. Come se l’amore fosse una minaccia e come se chiamare le cose con il loro nome fosse una provocazione.
Ma non c’è nessun rispetto nel negare l’identità di una coppia. Viviamo in un Paese in cui l’amore è ancora scomodo, dove l’omosessualità può essere tollerata solo se non disturba. Dove il dolore può essere ascoltato, ma solo se non pretende riconoscimento.
Chi ogni giorno lotta per essere visibile, conosce bene questo meccanismo: una cancellazione quotidiana, sottile, sistematica.
Ma l’amore non si cancella e non ha bisogno di approvazione per esistere. Perché nominarlo è un atto di verità. E finché ci sarà chi prova a nasconderlo, ci sarà chi lo urlerà più forte. Anche davanti al silenzio e ai tentativi di censura.





