A 50 anni dalla morte di PPP

Sono passati 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, eppure la sua voce continua a risuonare più viva che mai. Scrittore, poeta, regista, intellettuale scomodo, Pasolini fu tutto ciò che la società non voleva vedere: un uomo libero, omosessuale, comunista, profondamente critico verso ogni potere — anche quello della sinistra a cui pure apparteneva.

La sua morte, nel novembre del 1975, non è solo la fine di una vita, ma il simbolo di un Paese che punisce chi osa guardarlo negli occhi e denunciarne le ipocrisie. Pasolini è morto due volte: quella notte, e ogni volta che il suo pensiero viene dimenticato o censurato da chi teme ancora la sua lucidità e la sua capacità analitica del mondo che lo circondava.

La sua omosessualità non era mai separata dal suo pensiero, ma ne era parte integrante: un modo radicale di vivere e di scrivere contro il conformismo, contro la morale borghese, contro l’omologazione che già denunciava mezzo secolo fa.

Pasolini ci insegna che essere liber3 vuol dire esporsi, rischiare, rifiutare ogni compromesso con chi vorrebbe ridurci all’obbedienza. La sua vita e la sua morte ci ricordano che la verità non è mai neutrale, e che prendere parola – ieri come oggi – resta un atto profondamente rivoluzionario.

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