Due storie diverse, stesso schema di violenza

Elis Lundholm, 23 anni, primo atleta dichiaratamente trans nella storia delle Olimpiadi invernali, si è trovato al centro di un linciaggio mediatico mascherato da “errore tecnico”. Commentatori che lo misgenderano in diretta, piattaforme che lo classificano come “donna”, regolamenti che lo costringono a gareggiare in una categoria che non corrisponde alla sua identità.

E intanto i vertici olimpici preparano un possibile bando totale per gli atleti trans entro Los Angeles 2028.

E mentre lo sport internazionale tenta di riscrivere i corpi delle persone trans, a Colonia un giovane arbitro, Pascal Kaiser, viene picchiato nel giardino di casa. Qualche giorno prima aveva chiesto al suo compagno di sposarlo davanti a 50.000 persone, in un gesto che aveva fatto il giro del mondo.

La risposta? Minacce ignorate dalla polizia e poi un’aggressione violenta. Pascal lo dice senza esitazioni: è stata un’aggressione omofoba.

Due episodi lontani, eppure identici nel messaggio: quando una persona LGBTQIA+ si espone, arriva sempre qualcuno — un regolamento, un commentatore, un aggressore — a ricordarle che quel posto “non è per lei”.

Perché in tutto ciò non c’è nulla di neutrale. Nemmeno lo sport, nemmeno le Olimpiadi: ogni regolamento, ogni categoria o “svista” sul genere è una scelta politica. È controllo sui corpi. È esclusione legalizzata.

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