Codard3, violent3, omofob3, ignoranti. Potremmo andare avanti all’infinito a trovare aggettivi che definiscano le dieci persone – o meglio il branco di uomini bianchi e perfettamente romani – che nella notte tra il 13 e il 14 settembre hanno brutalmente pestato Alessandro Ansaldo.
Il 25enne si trovava in pieno centro a Roma, nei pressi di Largo Argentina, sotto gli occhi di tutti, nella capitale di quello che dovrebbe essere uno dei Paesi più sviluppati e sicuri al mondo.
Una sicurezza fittizia, che serve solo a mantenere l’ordine costituito, ma che non è davvero orientata alla protezione dell3 cittadin3.
Una sicurezza che ignora chi subisce discriminazioni, violenze o minacce quotidiane, basate su sesso, età, orientamento sessuale, identità di genere o religione. Una sicurezza che tutela privilegi e istituzioni invece che persone reali, lasciando sole quelle comunità che più hanno bisogno di protezione e interventi concreti.
Alessandro quella sera è stato vittima esemplare di questo meccanismo: ad una paura costante si è sommata la ferocia dell’aggressione. E così si è ritrovato in un letto di ospedale, con un trauma cranico-facciale, contusioni alle costole e 20 giorni di prognosi.
“Questa aggressione dimostra quanto ormai ogni parola sia superflua.” commenta Mario Colamarino, Presidente del CCO Mario Mieli. “Un ragazzo di 25 anni picchiato in pieno centro a Roma, sotto gli occhi di tutti, non è un fatto isolato. È un segnale della necessità di protezione e sostegno concreti. Come Circolo, mettiamo a disposizione il nostro centro anti-discriminazioni e la Rainbow Line, attiva per offrire supporto immediato a chi subisce violenza o intimidazioni. Chiediamo alle autorità di intervenire con fermezza e di promuovere una cultura del rispetto che sia reale nella vita quotidiana e che Roma Capitale dia al più presto il via libera alle linee guida contro le discriminazioni di genere, frutto di un intenso lavoro congiunto tra la Commissione Pari Opportunità, l’Ufficio Diritti LGBT+ e le associazioni del territorio.”
Perché non si tratta solo di punire chi compie la violenza, ma di cambiare le condizioni che la rendono possibile, educando alla dignità umana, alla diversità, alla convivenza civile.





