Bloccato in Iran per “lentezze burocratiche”

N. ha poco più di vent’anni e studia medicina a Torino. Sono ormai mesi però che è bloccato in Iran, suo Paese di origine, ostaggio di una burocrazia che ne impedisce il ritorno in Italia e mette a rischio il suo futuro. In un Paese dove il regime reprime chi protesta, oscura internet e le comunicazioni, N. vive sotto costante minaccia, soprattutto come persona gay, con la libertà e la sicurezza personale quotidianamente compromesse.

Il suo appello è chiaro: “Lasciatemi tornare a studiare in Italia”, rivolto a Meloni, Tajani e Bernini. N. non chiede altro che il rispetto dei diritti fondamentali, del diritto allo studio e alla vita. La sua unica colpa? Essere nato in un Paese che gli nega libertà e sicurezza, e avere scelto di vivere dove invece può essere se stesso.

Il Presidente del CCO Mario Mieli, Mario Colamarino, dichiara: “Non possiamo accettare che la vita e il futuro di una persona siano messi in pausa da una burocrazia lenta e cieca. L’Italia deve intervenire subito: difendere il diritto allo studio significa difendere la dignità, la libertà, la vita. N. ha il diritto di tornare a Torino, il più presto possibile.”

Questo non è un problema tecnico: è una questione di giustizia e responsabilità politica. Mentre l’Iran brucia nel silenzio imposto dal regime e dal mondo che lo guarda inerme, il nostro Paese deve fare la sua parte.

E mentre ci interroghiamo su cosa significhi ‘proteggere i nostri cittadini’, tra decreti sicurezza e abusi di potere sempre più all’ordine del giorno, dobbiamo chiederci che tipo di società siamo. Se la vita e il futuro di chi sceglie di studiare, di costruirsi un’esistenza libera e di affermare la propria identità vengono lasciati nelle mani di una lentezza burocratica senza volto, la parola sicurezza resta relegata alla propaganda.

È accettabile che i diritti fondamentali siano differenziati, applicati a senso unico, riservati solo a chi ha ‘priorità’ secondo logiche politiche o simboliche?
La vicenda di N. ci obbliga a riflettere su quanto le nostre istituzioni siano davvero capaci di proteggere chi rischia ogni giorno, e su quanto siamo disposti a lasciare indietro chi non rientra nella lista dei privilegiati.

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