Paolo aveva 14 anni. A scuola lo chiamavano “femminuccia”, lo insultavano, lo prendevano di mira. Un bullismo costante, fatto di parole e gesti che lo hanno isolato e ferito fino a spingerlo al suicidio. Paolo non è un caso isolato: è il volto di un odio che attraversa le nostre scuole, le strade, i luoghi quotidiani. Nessun3 viene risparmiat3, nemmeno l3 più giovani.
Mentre questo accade, in Parlamento c’è chi preferisce voltarsi dall’altra parte. Il deputato leghista Rossano Sasso e altr3 esponenti della destra stanno portando avanti tre diversi disegni di legge che hanno un obiettivo chiaro: bloccare l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole. Proprio quegli strumenti che avrebbero potuto offrire a Paolo e a tant3 come lui un contesto diverso, più sicuro, più responsabile.
Parlano di “scuole libere dal gender”, ma in realtà costruiscono scuole libere solo dall’uguaglianza, dalla dignità e dalla cura. Dimostrano il timore di mettere in discussione una struttura sociale basata su ruoli di genere rigidi, sulla gerarchia patriarcale e su un modello eteronormativo che impone visioni stereotipate di mascolinità e femminilità.
Paolo non è morto solo per il bullismo dei compagni. Ma anche per un sistema che alimenta la paura e che preferisce difendere un ordine patriarcale gerarchico piuttosto che proteggere chi non si conforma.
Un sistema che preferisce diffondere campagne d’odio invece che educare al rispetto.
“Mio figlio no” – la campagna lanciata da Pro Vita e Famiglia a inizio 2025 e sostenuta da parlamentari come Rossano Sasso – nasce per fermare l’educazione sessuoaffettiva e al rispetto delle differenze nelle scuole.
Eppure, “Mio figlio no” dovrebbe significare: mio figlio non deve crescere immerso nell’odio, non deve subire violenze, insulti e discriminazioni per come si esprime, per chi ama o per chi è.
È tempo di ribaltare questa logica: perché l’educazione al rispetto non è un pericolo, ma l’unico antidoto all’odio che continua a uccidere.





