Il CIO esclude le atlete trans dalle competizioni olimpiche

Lo sport non è mai stato neutrale. E oggi lo dimostrano ancora una volta.

Il Comitato Olimpico Internazionale ha deciso che alle Olimpiadi le donne trans non potranno più competere nelle categorie femminili. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: “equità”, “sicurezza”, “protezione dello sport femminile”.

Ma dietro queste parole si nasconde una scelta politica precisa: stabilire chi è legittimata a esistere, partecipare e competere ai massimi livelli. Una scelta che ricalca il bullismo portato avanti anche da Trump che mesi fa aveva fatto il verso alle atlete trans davanti ai membri repubblicani della Camera dei Rappresentanti, ridicolizzando la loro stessa esistenza.

Per farlo, si torna a strumenti che pensavamo appartenere al passato: test genetici, controlli sui corpi, definizioni rigide e arbitrarie. Le atlete intersessuali dovranno sottoporsi a ulteriori test per non essere espulse automaticamente.

Non è solo esclusione. È un messaggio chiaro:
alcuni corpi sono accettabili, altri devono essere controllati ed espulsi.

E tutto questo mentre la presenza di atlete trans nello sport olimpico è stata minima, quasi simbolica. Quindi la domanda è semplice: cosa stanno davvero “proteggendo”?

Quando si parla di “difendere le donne”, ma si colpiscono le donne più marginalizzate, non si sta facendo giustizia: si sta facendo selezione.
Quando si invoca la scienza per escludere, ma si ignorano le vite reali delle persone, non si sta facendo sport: si sta facendo politica sui corpi.

Lo diciamo chiaramente: lo sport che esclude non è equo, è discriminatorio.

E noi non accetteremo mai che i diritti vengano sacrificati in nome di una falsa idea di sicurezza.