Il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, è indagato dalla procura ungherese e rischia una sanzione per aver consentito lo svolgimento del Budapest Pride del 28 giugno 2025, nonostante il divieto imposto dal governo Orbán. Il Pride si è tenuto come evento cittadino e ha visto la partecipazione di circa 200.000 persone, tra cui noi con una delegazione del Circolo.
In Ungheria il Pride è stato messo al bando con una modifica costituzionale che usa la tutela dei minori come arma politica per cancellare le persone LGBTQIA+. Una strategia ormai fin troppo nota: si parla di “protezione dei minori”, mentre si colpiscono diritti fondamentali e si criminalizza la nostra visibilità.
Da qui in poi c’è solo repressione: si minacciano carcere e multe, si schedano le persone con tecnologie di riconoscimento facciale, si colpisce chiunque osi sottrarsi al silenzio imposto.
E l’Europa? Guarda e non fa nulla. Nessuna procedura d’infrazione, nessuna presa di posizione all’altezza della gravità di ciò che sta accadendo. I diritti diventano negoziabili e la libertà viene subordinata ai capricci di potenti fuori dal tempo, impegnati a smantellare, passo dopo passo, conquiste civili che davamo per acquisite.
Come ha dichiarato Mario Colamarino, Presidente del CCO Mario Mieli: «Quello che sta accadendo in Ungheria è un attacco frontale alla libertà di tutte e tutti. Criminalizzare un Pride significa criminalizzare l’esistenza stessa delle persone LGBTQIA+. Non è solo una questione ungherese: è un segnale gravissimo per tutta l’Europa, che non può continuare a voltarsi dall’altra parte.»
Quando l’autoritarismo non viene fermato, viene imitato, diventando modello e precedente. Le violazioni dei diritti civili, quando accadono appena oltre il confine di casa, smettono di sembrare lontane e diventano immediatamente possibili, replicabili. Ancora di più se chi dovrebbe vigilare e intervenire sceglie il silenzio o l’indifferenza.
Illudersi che non ci riguardi è un errore pericoloso: colpire le minoranze è sempre il primo passo. È così che si apre la strada a un’erosione più ampia dei diritti, fino a rendere illegale persino difenderli.





