Negli ultimi giorni la Rai è finita al centro di una bufera dopo che, durante la trasmissione “Uno Mattina in Famiglia”, la conduttrice ha posto una domanda a dir poco surreale: “Come si riconosce un omosessuale?”
Il dibattito è nato dall’analisi di un annuncio di lavoro per parrucchieri che specificava la preferenza per candidati omosessuali. E così la conversazione è scivolata rapidamente sul chiedersi come riconoscerci, tra gesti delle mani, modi di parlare e altri stereotipi beceri e superati.
Pur davanti al ribaltamento delle classiche discriminazioni, il punto centrale resta lo stesso: l’idea che si possano dividere le persone in categorie sociali sulla base di caratteristiche personali.
L’omosessualità non crea classi sociali, non definisce un gruppo compatto e omogeneo. È una dimensione intima che riguarda le singole vite. Trattarci come se fossimo un blocco unico, riconoscibile da stereotipi grossolani, è riduttivo e disumanizzante. Vuol dire negare la complessità delle esperienze individuali e continuare a trasformarci in una categoria astratta, invece che riconoscerci come persone, con storie, identità e percorsi diversi.
Il problema non è solo la superficialità con cui viene trattata una questione di discriminazione, ma il fatto che pregiudizi così radicati siano ancora materia di dibattito pubblico, amplificati dal servizio pubblico. E che nel 2025 una conduttrice Rai possa legittimare l’idea che esista un profilo riconoscibile dell’omosessuale non è solo anacronistico: è violento e pericoloso.
Mario Colamarino, Presidente del CCO Mario Mieli, commenta: “Un segnale chiaro di quanta strada ci sia ancora da fare perché la dignità delle persone LGBTQIA+ non venga trattata come un gioco da quiz televisivo. Non si può ridurre l’esistenza di milioni di persone a una caricatura fatta di gesti e modi di parlare. Questo non è intrattenimento: è la perpetuazione di uno stigma che, ogni giorno, ha conseguenze concrete nelle vite delle persone. Per questo chiediamo responsabilità al servizio pubblico e a chi lo rappresenta: perché invece di alimentare pregiudizi, abbia finalmente il coraggio di combatterli.”




