VIOLENZA DI STATO LEGITTIMATA IN NOME DELLA SICUREZZA

Il video dell’omicidio a sangue freddo di Renee Nicole Good ha fatto il giro del mondo. Da allora si è parlato di tutto: della sua vita privata, delle sue presunte idee politiche. Quasi mai del punto centrale: una donna uccisa da un membro delle forze dell’ordine.

Siamo arrivati al paradosso di dover precisare che non fosse “pericolosa”, che fosse incensurata e non avesse mai partecipato a proteste di piazza. Come se queste informazioni potessero rendere la sua vita più degna di essere difesa. Come se il problema fosse stabilire se l’uccisione fosse giustificabile, invece di chiederci come sia potuta accadere.

La Casa Bianca, però, una spiegazione l’ha trovata subito. Per giustificare l’uccisione di una propria cittadina — questa volta bianca, madre, cristiana — ha evocato lo spettro del “terrorismo interno”. Renee Good aveva partecipato a blocchi pacifici in diversi Stati, dove civili facevano da scudo tra l’ICE e le persone nel loro mirino. “Ci siamo fermate per sostenere i nostri vicini. Noi avevamo dei fischietti. Loro avevano le armi”, ha raccontato.

I fedelissimi di Trump hanno cercato qualsiasi appiglio per rendere l’omicidio accettabile: i pronomi e una bandiera arcobaleno nella bio di Instagram, la moglie lesbica, i figli avuti da relazioni precedenti. Un ribaltamento continuo del focus che ha portato la Presidenza USA a sostenere la legittimità dell’atto, parlando di pericolo per l’agente coinvolto.

Una narrazione che regge sempre meno. I video mostrano chiaramente che l’agente non era minacciato e che ha lasciato la scena del crimine con calma, senza prestare soccorso.
“L’agente ha fatto il suo lavoro, lei era una fanatica di sinistra”, ha dichiarato il vicepresidente JD Vance. Parole che segnano un ulteriore scivolamento verso un livello di amoralità in cui chi detiene il potere può dire e fare qualsiasi cosa, certo che non dovrà risponderne.

Eppure qualcosa si muove. La risposta della comunità è stata immediata, così come quella della politica locale. Il sindaco di Minneapolis ha chiesto apertamente che l’ICE lasci la città. Perché quando lo Stato smette di proteggere, sono le persone a dover alzare la voce.

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