Géza Buzás-Hábel, organizzatore del Pécs Pride, rischia fino a un anno di carcere.
La sua “colpa”? Aver difeso la dignità delle persone LGBTQIA+ e aver dato voce a chi rifiuta di vivere nel silenzio imposto dal governo di Orbán.
Secondo il governo ungherese, il Pride di Pécs avrebbe “promosso l’omosessualità” e violato le leggi sulla “protezione dei minori” — quelle stesse leggi discriminatorie che equiparano la visibilità LGBTQIA+ a contenuti pornografici o pericolosi. Un’accusa assurda, che suona come un pretesto per criminalizzare la comunità e mettere a tacere chi osa esistere.
In un’Europa che si definisce “terra di diritti”, il silenzio istituzionale sulla questione spaventa, perché dimostra complicità.
Non basta sventolare la bandiera arcobaleno a giugno, servono prese di posizione concrete contro chi reprime, censura e perseguita. Tutti i giorni dell’anno.
Mario Colamarino, Presidente del CCO Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, commenta: «Se in uno Stato membro dell’UE un attivista rischia il carcere per un Pride pacifico, domani potrebbe accadere ovunque. Non possiamo permettere che la paura sostituisca la libertà: la credibilità dell’Europa si misura dal coraggio con cui difende i suoi valori, non dai comunicati. Noi stiamo con Géza e con tutt3 coloro che resistono contro chi vorrebbe cancellarci.»
Perché, purtroppo, questa non è solo una notizia ungherese. È un segnale per tutt3 noi: i diritti conquistati non sono mai scontati.
Quando la libertà di manifestare diventa un crimine, la democrazia è già in pericolo.
Siamo al fianco delle attivist3 ungheresi e proseguiamo con forza sulla strada del rispetto dei diritti di tutt3.





